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Clubhouse è davvero la piattaforma giusta se hai qualcosa da dire?

Il “get a room” degli amanti del marketing da qualche mese ha trovato una dimensione fisica, almeno sui social network: si chiama Clubhouse, the place to be per tutti quelli che hanno qualcosa da dire. 

Clubhouse è una piattaforma che funziona con la voce: si accede su invito ed è disponibile solo per possessori di iPhone o iPad, e con un dispositivo aggiornato a iOS 13.0. E qui veniamo alla prima connotazione di questo social: l’esclusività, poiché il fatto che l’app per Android sia ancora in via di sviluppo taglia fuori una larga fetta di potenziali utilizzatori.

Dicevamo, la voce. Clubhouse funziona attraverso stanze: chiunque può aprirne una, chiunque può seguirne una – e lasciarla quietly -, chiunque può parlare ma è cortesia alzare la mano e chiedere. Il moderatore, che può essere uno o più di uno, si riconosce perché ha un asterisco verde accanto al nome: sta nella porzione più alta della room, in cui sono tutti quelli che parlano, dà la parola ai nuovi arrivati, stabilisce l’ordine in cui si parla, ha cura di costruire un dialogo che non perda i fili per strada.
Perché Clubhouse è interessante? Per molte ragioni. Intanto, annulla la distanza tra celebrità e utente medio: trovarsi a fare due chiacchiere con Imen Jane o Marco Montemagno è normale, ma non ci sono solo loro, quanto giornalisti, speaker radiofonici, imprenditori, influencer di ogni settore.

Il fatto che sia un social che privilegia la voce dà a Clubhouse le connotazioni di un podcast, di cui fruire dove si vuole senza grossi sforzi, ma con le potenzialità per chi ascolta di interagire con la discussione. 

 

Anche perché la cosa bella di questa piattaforma è che sin dall’inizio si è stabilita una specie di etichetta tra gli utenti, basata su cortesia ed educazione, che rende le room più dei Ted Talk che un mercato del sabato mattina – e per fortuna.

E poi ci sono i brand. Data la natura della piattaforma, Clubhouse è il social perfetto per chi ha qualcosa da dire, e soprattutto se quel qualcosa è molto interessante. Gli utenti infatti possono entrare in una stanza se interessati a quell’argomento specifico, o se incuriositi da chi ci è già dentro: in questo senso, un brand può sfruttare entrambi i meccanismi, creando delle stanze ad hoc su un argomento specifico ma coerente con la sua identità di brand, oppure individuare figure specifiche che, grazie al loro seguito, si facciano promotori di temi conformi a quelli della marca che li interpella. Quindi, creando una sorta di branded content però fruibile solo via audio. 

Un esempio virtuoso è quello di IKEA: tre room dedicate a tre spazi della casa, soggiorno, camera da letto con bagno e cucina, dove esperti Ikea, uno psicologo e due influencer hanno dialogato sul nuovo modo di vivere la casa, dando consigli e raccontando i nuovi trend.

Clubhouse è un pezzo di puzzle che ha trovato il suo spazio sul tavolo già popolato di piattaforme social di ogni genere: non ne conosciamo il futuro, ma ne vediamo le potenzialità. Per tutto il resto, ne riparliamo tra qualche mese.

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