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Come annoiarsi meglio: intervista a Pietro Minto

IL NOSTRO OSPITE

Pietro Minto è nato a Mirano, vicino Venezia, nel 1987. Ha studiato a Padova e a Roma ma presto si è trasferito a Milano per lavoro. Si occupa perlopiù di tecnologia e cultura digitale, di cui scrive su giornali, riviste e siti vari, e che tratta come consulente per alcune aziende.

La sua carriera giornalistica è iniziata nel 2012 a Studio, di cui è stato editor-at-large, prima di darsi alla vita da fuorilegge dei freelance. È stato caporedattore di Prismo e collabora o ha collaborato con La Lettura del Corriere della Sera, Rolling Stone, VICE, Link – Idee per la tv, Il Tascabile, Wired, True, ICON.

È stato uno degli autori di The Game. Unplugged, una raccolta di saggi sul mondo digitale edita da Einaudi nel 2019, uscita in risposta a The Game di Alessandro Baricco.

Dal 2014 gestisce una newsletter chiamata Link Molto Belli, letta ogni sabato mattina da decine di migliaia di persone. Come annoiarsi meglio è il suo primo libro in uscita proprio in questi giorni, disponibile qui.

Ciao Pietro, la tua figura professionale è sicuramente trasversale, dal giornalista al comunicatore, con un bell’approccio sociologico e delle spiccate attitudini al personal branding, tu come ti definiresti? Quali sono le caratteristiche che accomunano tutti questi versanti?

Mi definirei “content creator”, per rimanere sul vago. Mi sembra che l’etichetta più vaga possibile sia alla lunga la migliore in tempi come questi, in cui le “antiche” separazioni, categorie e specializzazioni stanno crollando. Mi piace l’idea di scrivere del nostro rapporto con internet: il format e il medium mi importano sempre meno.

 

Ci sono molto piaciute le tue riflessioni nel saggio Se tutto è content. In quest’epoca fatta solo di “content”, quali sono i contenuti realmente rilevanti? Cosa cattura l’attenzione delle persone?

Tutti fanno tutto, quindi c’è un sacco di contenuto da guardare: ognuno trova il suo. Per questo vanno forte figure come gli influencer e i curatori, che aiutano le persone a scoprire cose nuove. I veri gatekeeper. Non saprei dire cosa funziona, però, perché a funzionare sono tantissime cose contemporaneamente, a livelli diversi.

 

Sei in uscita con un libro il cui titolo è tutto un programma: “Come annoiarsi meglio”.  Vuoi darci qualche buon motivo per leggerlo?

È un libro sulla noia, un manuale per uscire dal guado in cui siamo finiti. A ben guardare, però, è però un libro sul tempo e su internet, e su come il secondo abbia sconvolto il primo. Parla di come il tempo venga consumato da ansie, input e costruzioni sociali varie, e come fare per riconquistarne almeno un pezzo.

 

L’iperstimolazione da contenuti ci può davvero portare alla noia non trovando più nulla di realmente rilevante?

Assolutamente sì, perché la stimolazione e l’intrattenimento non sono garanzia di divertimento. A mancare oggi sono piuttosto i momenti vuoti, il tempo libero (o “liberato”, come lo chiamo nel libro) in cui riusciamo a bonificare qualche minuto di vita da ogni infiltrazione – social, lavoro, stress, FOMO…

Hai anche una newsletter, Link Molto Belli, ci racconti com’è nata questa idea, come si è evoluta, che tappe hai affrontato, a che numeri sei arrivato.

È nata nel lontano 2014, sull’onda di quella che già all’epoca sembrava una moda piuttosto diffusa negli USA. L’idea era di metterci i link più belli che trovavo di settimana in settimana. Oggi siamo a più di novemila lettori alla settimana, con un programma di abbonamenti con cui è possibile sostenere il progetto, ricevendo uscite settimanali esclusive. La newsletter mi è anche servita come ispirazione per il libro: circa due anni, infatti, mi sono reso conto che il suo vero obiettivo era di far perdere tempo alla gente, con una manciata di link interessanti e/o divertenti. L’importanza di perdere tempo “bene” è un altro punto forte del libro.

Perché il formato newsletter che alcuni anni fa sembrava morto e desueto, è tornato ad essere così importante e rilevante?

Principalmente perché il web è stato divorato dalle piattaforme, i loro feed e i loro algoritmi, che hanno installato rubinetti pregiati in un ambiente un tempo libero, chiassoso e scemo. Internet rimane chiassoso e scemo, ovviamente, ci mancherebbe, ma questi grandi filtri hanno condizionato la creazione e condivisione dei contenuti. Le mail, invece, arrivano anche se non paghi Gmail o Hotmail per avere una reach migliore. Sono vecchi arnesi di internet che funzionano e basta.

In secondo luogo permettono a influencer, giornalisti e creator vari di “spostare la conversazione” in un luogo che sembra più intimo e riservato.  

 

Il brand journalism l’hai affrontato anche tu? Cosa ne pensi? Qual è la difficoltà maggiore nell’affrontare questo tipo di “esercizio stilistico”?

Dipende sempre da caso a caso, ovviamente. In generale, attorno al 2015 si è diffusa la convinzione, durata un paio d’anni, che qualunque brand potesse farsi una rivistina. Da quel che ho visto, però, l’aspetto editoriale però è molto, molto problematico per le aziende che non sono pronte a mettere il proprio marchio su posizioni e opinioni “divisive”. Ergo, si tende a scegliere temi facili e “scemetti” che non danno fastidio a nessuno. Risultato: i contenuti sono spesso scialbi che non colpiscono nessuno, i numeri deludono e i brand finiscono col pensare che il brand journalism non serva a nulla. E così via. Oggi sta toccando ai branded podcast, mi pare.

Potresti dare qualche consiglio per la lettura, o 5 cose belle (libri, saggi, articoli) ad aspiranti giovani comunicatori, oppure a vecchi comunicatori ormai piuttosto annoiati?

Due bei prodotti sulla comunicazione che mi sento di consigliare sono le newsletter Zio di Vincenzo Marino e Ellissi di Valerio Bassan.

Per chi è annoiato e vuole andare su un altro pianeta, invece, consiglio Piranesi di Susanna Clarke. Oh, e Come annoiarsi meglio, ovviamente (scusate ma sono pur sempre in promozione 🤗.)

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