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Nomadland. Questa non è una recensione

Nomadland. Questa non è una recensione (Spoiler alert).

Anche perché ne hanno scritte già moltissime e molte davvero belle.

Poi perché ancora non ho capito se questo film mi sia piaciuto così tanto.

 

Sta di fatto che sono qui a parlarne, quindi che sia un film davvero interessante è innegabile.

Tant’è che si è aggiudicato il Leone d’oro alla 77ª Mostra internazionale d’arte cinematografica di Venezia; Miglior Film, Miglior Regia e Miglior Attrice agli Oscar 2021 e Miglior film drammatico e Miglior regia ai Golden Globe 2021.

Non so se mi è piaciuto così tanto perché probabilmente, ed è un mio limite, sono troppo italiano per capire a fondo un film che io personalmente ho sentito molto americano. 

Quello che sicuramente però mi ha colpito di Nomadland è la scrittura. Il lungometraggio porta sullo schermo il libro del 2017 di Jessica Bruder “Nomadland – Un racconto d’inchiesta” ed è stato scritto, diretto e montato da Chloé Zhao, una regista, sceneggiatrice e produttrice cinese. E già qui c’è una bella frizione, un film a mio avviso molto americano scritto da una cinese.

Il film racconta di Fern, una donna di sessant’anni che ha perso suo marito, il lavoro della vita e la sua casa durante la Grande Recessione che ha colpito gli Stati Uniti tra il 2007 e il 2013. In seguito a queste perdite la donna parte sul suo vecchio furgone per viaggiare negli Stati Uniti e, passando da un lavoretto saltuario all’altro, fa la conoscenza di altri nomadi come lei.

Il film è dominato dalla protagonista, una meravigliosa Frances McDormand, che con il suo sguardo scruta l’orizzonte con una palpabile malinconia e struggente drammaticità. Allora mi sono chiesto, da bravo copywriter: ma Chloé Zhao come avrà scritto quelle scene? 

Mi sono scaricato e letto la sceneggiatura (disponibile per intero qui), e ho scoperto una scrittura pulita, chiara, asciutta, con pochi fronzoli, eppure così intensa ed emotiva: “The wind is strong. Fern sits for a moment, then holds up the rock and looks through the hole at the boundless badlands…”

E così ho capito, dal mio punto di vista, perché Nomadland non mi è piaciuto così tanto… ma mi è rimasto dentro tanto. Perché con una lucidità e semplicità disarmante mi ha fatto sentire un nomade. Anzi, mi ha messo la voglia di sentirmi un nomade. Di mollare tutto e tutti. Lavoro, famiglia, parenti e amici e perdermi da solo in giro nel dove capita, immerso in un paesaggio incontaminato, davanti a orizzonti che non hanno più limiti.

E di questo ne ho avuto un po’ paura.

“Then she walks on, leaving the yard behind, passing the fence door, towards the endless desert lies beyond, stretching all the way to the horizon.”

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