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Per fare del bene occorre dirlo bene. L’importanza delle parole nella comunicazione sociale.

Fare bene, dirlo male. 

No, non è solo un gioco di parole, è semplicemente quello che voglio raccontarvi. 

Voglio dirvi di come la comunicazione sociale dovrebbe saper toccare sempre le corde giuste, ma spesso la melodia che accorda si incanta su un unico giro e scompare nel rumore che fa la vita, quando la routine la trasforma in frastuono.

Voglio raccontarvi di come a volte sembri scontato fare la cosa giusta, che basti raccontare di storie difficili per risvegliare l’empatia dal suo torpore, ma non è così. 

Non lo è quasi mai, soprattutto quando veniamo bombardati dal fuoco incrociato di messaggi che frastornano le nostre emozioni, che ci dicono cosa dobbiamo pensare, come dobbiamo mangiare, chi dobbiamo essere e si dimenticano di raccontarci di quel filo sottile che ci lega gli uni agli altri, che può diventare trasparente, sì, ma non si spezza mai. Perché non esiste un problema isolato che non abbia conseguenze per tutti e chi lavora alla comunicazione sociale ha l’onere e l’onore di ricordarlo sempre. 

E allora il creativo si inventa una porta di ingresso, finestre socchiuse su mondi inesplorati, varchi inaspettati, perché per distoglierci dal flusso costante delle nostre vite, la realtà deve incuriosire, deve essere distonica, deve saper cambiare senso di marcia in autostrada.

È proprio aprendo una di queste porte che è nata l’idea per la campagna “riTratta” di Fondazione Acra, per sensibilizzare al problema della tratta di esseri umani. 

Come raccontare la storia di milioni di donne in cammino per le rotte europee, fantasmi che attraversano le nostre città, nel silenzio del caos della vita quotidiana?

Noi abbiamo scelto di far parlare i volti di quegli spettri viventi, con l’identità divorata da chi le ha sfruttate, rapite, annullate portando via un bene che non ha fisicità, che non si tocca, che non si può nascondere: la propria individualità, la propria storia.

Cosa succederebbe se ad un tratto ci venisse portato via il nome e insieme ad esso tutti i momenti del nostro passato, i ricordi, le cicatrici che ci hanno fatto crescere, le giornate di sole… se diventassimo solo corpi, solo sacchi svuotati, se diventassimo soltanto utili a qualcosa o a qualcuno?

I pixel che obliterano i volti sono gli spazi di vuoto che cancellano un’identità. E se tra tutte le vittime della tratta il 70% è costituito da donne e bambine, abbiamo voluto sottrarre ai ritratti la stessa esatta percentuale. Ma io credo che la porta su questa realtà ignorata, l’abbiano spalancata i contenuti video, che abbiamo avuto la possibilità di registrare contestualmente alla campagna.

Ho letto pagine e pagine di storie drammatiche, sono entrata in ognuno di quei racconti, sentendomi io stessa intrappolata da ogni parola. Scegliere a quale di queste donne dare una voce non è stato semplice… avevo la sensazione di dover privare della libertà qualcuna di loro, perché sapevo che sarebbero state le loro parole ad aprire mille fenditure nella nostra distrazione quotidiana.

È stato leggendo quelle storie che mi è sembrato insensato dover inventare un espediente creativo perché ci si accorgesse di ognuna di quelle donne, perché la loro sofferenza, l’incubo diventasse reale, vero… qualcosa di accaduto per tutti.

Eppure, è proprio la creatività che può buttarla giù quella porta chiusa, che può, anche solo per un momento, attirare uno sguardo, far sgomitare nella testa un pensiero; è la creatività a toccare quelle corde che non si appiattiscano in un rumore bianco, è la creatività la chiave per entrare oltre una soglia che avevamo sorpassato a testa bassa.

Perché quando si vuol fare del bene, si può, si deve, dirlo bene.

Ecco, è tutto qui. È questo quello che volevo raccontarvi.

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