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Per questo content mi romperei una gamba

Se penso al “content” parto dal significato più immediato della parola, “contenuto”. 

Leggevo un articolo interessante sul fatto che ormai “Se tutto è content”, e soprattutto nel mondo dell’advertising e delle agenzie, contenuto è ormai qualsiasi cosa venga prodotta per qualsiasi cliente. 

Mi pare che questo tradisca il vero significato del termine. Un contenuto è tale se nell’esperienza che ne abbiamo ci regala qualcosa di significativo, e un contenuto non rilevante non è affatto un contenuto.

Per questo, più che considerare l’adv sui social come content, indiscriminatamente, sarebbe il caso di dire che convivono, e che anzi quanto più un content è rilevante, tanto più l’adv a cui si accompagna può diventarlo per chi lo incontra. 

La pubblicità ci ha sempre abituato a brevità, sintesi fulminee, metafore immediate, compressione dei tempi e delle argomentazioni, ma questo è vero quando non è possibile mostrarsi a un target solo scelto in maniera minuziosa.

Il longform oggi spaventa i brand, perché viene da chiedersi chi mai, in un flusso enorme di notizie, foto, video, annunci abbia voglia di sostenere un contenuto lungo, che richiede attenzione e coinvolgimento. Ma se si stanno facendo strada sempre più narrazioni, storie, podcast, inchieste, web series è proprio perché gli utenti non cercano di essere raggiunti da più informazioni possibili, anzi vogliono pietà: meno roba, ma più interessante, più coinvolgente. Le persone non hanno poca attenzione, è che hanno poca pazienza per un contenuto costruito male. 

Un contenuto longform non è incapacità di farla breve, è racconto di significati che richiedono più livelli di lettura, quelli che poi rimangono nella coscienza di chi ne ha avuto esperienza anche quando si staccano dallo schermo, e maturano poi in ispirazioni, idee, desideri e infine acquisti.

Il content è una grande occasione per i brand di essere per le persone qualcosa in più di un acquisto, perché va a inserirsi tra le loro passioni, cresce con loro, cambia con loro. Non è questione di essere prolissi come probabilmente è questa cosa che stai leggendo, ma di costruire una storia che non per forza pensa al prodotto, ma al mondo che quel prodotto crea (o quello che l’ha generato).

Io sono un grande fan di Dr. House. Se un giorno in farmacia mi proponessero del Vicodin non esiterei un attimo ad acquistarlo. Perché dovrei? È una schifezza, una cosa che certifica il fatto che non sto bene, che qualche parte del corpo mi fa un male cane. Ci ho messo 6 stagioni da 20 puntate da 1 ora ciascuna per affezionarmi a un personaggio costruito benissimo, e nel mondo di quel personaggio il Vicodin è un elemento talmente importante che per me è diventato un desiderio. 

Ma se fai un content fatto talmente bene da far desiderare a qualcuno di rompersi una gamba forse non devi più temere i famosi “3 secondi di attenzione del tuo target”. 

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