Skip to content Skip to footer

Spotify tra Big Data, algoritmi e advertising.

Dimmi cosa ascolti e ti dirò chi sei: nella vita reale ci sentiremmo spesso rispondere “un po’ di tutto”, scoraggiando così ogni possibile analisi e giudizio sulle preferenze del nostro interlocutore.

Spotify invece riesce a tracciare ogni comportamento sulla sua piattaforma, restituendoci un identikit incredibilmente dettagliato sulle preferenze degli utenti. Secondo alcuni dati di Forbes di un paio di mesi fa, la famosa piattaforma di streaming audio è arrivata a contare su 345 milioni di utenti attivi ogni mese di cui 155 abbonati Premium e distribuiti in 178 Paesi del mondo. Nonostante la competizione con altri player nella stessa industry (Apple, Youtube, Amazon), Spotify continua a mantenere il suo primato.

 

Il culto dei dati, e l’utilizzo dei suoi algoritmi, stanno rendendo questa piattaforma sempre più performante. I dati assicurano dei KPI interessanti per gli artisti e i loro management, aumentandone l’appetibilità a livello di booking – al netto del fatto che è stato un anno da dimenticare per gli eventi live e che la polemica sulle royalties per gli artisti è sempre accesa ormai da anni.

Gli utenti su Spotify invece sono proprio portati a spasso da BART (Bandits for Recommendations as Treatments), l’algoritmo di Spotify, il cui unico unico compito è quello di mantenere le persone incollate alla piattaforma. 

 

Grazie all’AI e al Machine Learning, BART assicura alle persone (con un margine di errore che si può perdonare a delle macchine su un tema così “emotivo” come la musica), continui ascolti correlati e playlist suggerite. Queste vengono definite “ricompense variabili” che attirano la nostra attenzione perché ci rendono curiosi su quello che l’algoritmo ha riservato per noi. Per un ascoltatore non assiduo e poco attento, si tratta di un ottimo modo per “farsi una cultura”, per un appassionato invece è una sfida contro l’Intelligenza Artificiale per vedere quanto riesce a essere affine ai suoi gusti personali. Tutto questo potendo attingere ad una library pressoché infinita.

Spotify rileva non solo la cronologia degli ascolti per genere, mood, anno di produzione, ma anche lo “skip rate”, ovvero la durata media di fruizione di un brano prima di passare a quello successivo. Ogni ascolto, che sia una playlist creata da noi, da altri o una selezione casuale, rappresenta un prezioso dato aggiuntivo sulle nostre preferenze. 

Tutta questa raccolta di dati viene celebrata e resa iconica ogni fine anno con la campagna Wrapped, in cui ogni utente può rivivere attraverso un report personalizzato gli highlights della sua esperienza sonora sulla piattaforma, tra l’altro facilmente condivisibili sui canali social con il proprio network, in una sorta divertente “outing”.

Tutto quello che abbiamo raccontato sino ad ora sta iniziando a rappresentare concretamente un contesto di grande interesse per gli inserzionisti. Da una parte c’è la possibilità di raggiungere un pubblico altamente coinvolto dai contenuti, non solo musicali, dall’altra c’è tutto il mondo dei podcast che fa la sua parte.

Giusto qualche settimana fa, è uscito anche in Italia Spotify Ad Studio, la piattaforma pubblicitaria self-service che permette a chiunque di creare e gestire campagne adv audio e video su Spotify, con la possibilità di scegliere in autonomia il proprio target di riferimento e produrre i propri annunci audio.

Spotify intende guidare gli inserzionisti nella ricerca della “narrazione audio perfetta”, non solo in termini di formato e contenuto (stesura del copione, doppiatori, servizi di mixaggio del suono e strumenti di revisione audio) ma anche nella ricerca del proprio pubblico di riferimento, andando a selezionare gli ascoltatori in base alla loro età, sesso, dispositivi utilizzati, interessi, generi musicali.

Anche l’ampia scelta di formati, dalle sponsored session ai video takeover (qui potete trovare l’elenco completo), sembra consentire ai brand di inserirsi nella maniera migliore all’interno dei sempre più preziosi momenti di “aural attention” del pubblico.

Per concludere, un accenno all’immancabile “effetto Clubhouse”, che da battito d’ali della farfalla ha avuto un’ondata di conseguenze anche in questo contesto. Spotify sta infatti progettando un prodotto che permetta di ospitare le conversazioni audio dal vivo, grazie alla acquisizione di Betty Labs, la società che ha creato l’app per le discussioni a tema sportivo Locker Room. Questa applicazione rimarrà ancora disponibile sui vari app store, spostando però il proprio focus sui contenuti musicali e culturali, nell’ottica di una possibile futura integrazione all’interno delle offerte di Spotify, rendendo così la piattaforma ancora più completa e performante a livello di contenuti e di user experience, sia per i creators che per gli utenti.

INFORMATIVA BREVE

La informiamo che, per migliorare la sua esperienza di navigazione su questo sito web, Different Srl utilizza diversi tipi di cookie, tra cui:

cookie di tipo funzionale alla navigazione (functionality cookie);cookie di tipo pubblicitario (advertising cookie);cookie di tipo statistico (performance cookie).

che consentono di accedere a dati personali raccolti durante la navigazione. Nella pagina della Informativa Estesa che può consultare all'indirizzo https://ftag.differentglobal.com/privacy-policy/ sono presenti le istruzioni per negare il consenso all'installazione di qualunque cookie. Cliccando su "ACCETTA" o continuando la navigazione, saranno attivati tutti i cookie specificati nell'Informativa Estesa ai sensi degli artt. 13 e 14 Reg.to UE 2016/679.

View more
ACCETTA