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Un muro di silenzio.

Sabato 27 febbraio più di cento club italiani con le serrande abbassate ormai da un anno (sono stati i primi a chiudere, quando ancora si pensava che il peggio si sarebbe potuto evitare starnutendo nell’interno gomito) dovevano rialzare la testa con un grido di dolore e resilienza, promettendo che si sarebbe sublimato in oltre cento concerti in contemporanea, gratis, coinvolgendo artisti che andavano dai Subsonica ad artisti di dimensioni più di nicchia o addirittura regionali.

Ha preso tutti di sorpresa scoprire che L’Ultimo Concerto? era in realtà una campagna di comunicazione, che i live non ci sarebbero stati, che il pubblico avrebbe assistito solo a uno squarcio su tutto il lavoro che esiste oltre il live, e che oggi è fermo.

Non se l’aspettava nessuno, nemmeno io che non sono un semplice appassionato, ma un addetto ai lavori. Lavoro nella comunicazione, ai concerti ci vado, li suono anche, alcuni li ho perfino organizzati. Insomma, quando L’Ultimo Concerto? si è rivelata in tutta la sua potenza come campagna, ho visto cose che avevo avuto la fortuna di conoscere già, quelle che avvengono dietro le quinte, entrare di prepotenza anche nel campo visivo di chi la musica la vive solo come ascoltatore, spettatore. 

 

All’inizio la reazione rabbiosa del pubblico, che dalla grande farsa de L’Ultimo Concerto? si è sentito preso in giro, mi ha sorpreso, per poi accorgermi che proprio perché io conoscevo già la parte immersa dell’iceberg non potevo entrare in sintonia con quel sentimento. 

Peraltro, la rabbia delle persone ha confermato la necessità di questa campagna rumorosissima: in Italia non ci si rende conto di cosa sia un concerto, di cosa sia la musica, di che professioni ci siano dietro. Assistere a un’ondata di persone indignate per aver buttato via una serata collegandosi a un link dove un promesso concerto gratuito non si è verificato non può che portare a chiederci come siamo arrivati a questo punto, a educare dei cosiddetti appassionati così male dall’averceli addirittura contro nel momento della sopravvivenza. 

 

Ed è da un anno che si assiste allo svilimento del settore, da Conte che si lascia sfuggire un “gli artisti che tanto ci fanno divertire”, con una definizione quasi giullaresca, cortigiana, dello spettacolo, ai Bauli in Piazza passati inosservati, sino a questo ultimo atto in cui pur di non voler accettare di essere stati presi per il naso, le persone sono arrivate a rinfacciare a Ultimo Concerto di aver “sbagliato target”. Con un’altra intrusione in una professionalità, quella della comunicazione, che molto spesso basa le proprie campagne sul rischio di non essere capiti, perché comunicare non sempre equivale a farsi capire a livello conscio. 

Neanche cinque giorni dopo Sanremo va in onda nella sua più surreale versione, con l’Ariston vuoto, e ad un tratto l’orchestra, i fonici, i facchini, i tecnici delle luci, i rider, tutte le maestranze invisibili diventano le travi a vista della musica, nel palcoscenico più chiacchierato del paese, e vedere che il mondo della musica che nonostante tutto sopravvive lo stesso prima al non poter suonare, e poi al non essere ascoltato, manda una risposta molto chiara a chi credeva che l’audio fosse un lontano ricordo, a chi pensava semplicemente che di prestare le orecchie a un contenuto nessuno avesse più il tempo. 
In uno spazio di dialogo ininterrotto, chiusi nelle nostre case a forza, ci siamo scoperti profondi conoscitori dei vaccini, della virologia, dell’epidemiologia, della comunicazione, dello spettacolo. Non c’è davvero professione che non ci sentiamo qualificati a svolgere. La resistenza a oltranza della musica, l’Ariston vuoto con le luci accese, ci insegnano che se ci dimentichiamo di ascoltare, inizieremo a credere di saper fare tutto, e allora tornare alla normalità ci servirà davvero a poco.

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